On trouve

sabato 27 dicembre 2008

L'uomo in chat

A.

Tutto è partito da questo principio: che non bisognava ridurre l'innammorato ad un puro e semplice soggetto sintomatologico, ma piuttosto dar voce a ciò che in lui vi è d'inattuale, vale a dire d'intrattabile.

Di qui la scelta di un metodo "drammatico", che rinuncia agli esempi e si basa unicamente sull'azione di un linguaggio immediato (niente metalinguaggio).

La descrizione del discorso amoroso è stata perciò sostituita dalla sua simulazione, e a questo discorso è stata perciò restituita la sua persona fondamentale, che è l'io, in modo da mettere in scena non già un'analisi, ma un'enunciazione.

Quello che viene proposto è, se si vuole, un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico, bensì strutturale esso presenta una collocazione della parola: la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all'altro (l'oggetto amato), il quale invece non parla.

B.

Nel tentare di definire l'identità telematica e digitale, tutto è partito da questo principio: che non bisognasse ridurre lo scrittore mediale ad un puro e semplice soggetto sintomatologico della condizione "virtuale", ma piuttosto dar voce a ciò che in lui vi è d'inattuale, vale a dire d'intrattabile.

Di qui la scelta di un metodo "drammatico", che rinuncia agli esempi e si basa unicamente sull'azione di un linguaggio immediato (niente metalinguaggio) della chat-conference, in tempo reale e sostenuta dallo scripting.
La descrizione del discorso che si tiene, per il solo fatto che si tiene in modo informatico ma in rete, è perciò sostituita dalla sua simulazione, e a questo discorso è stata perciò restituita la sua persona fondamentale, che è l'io, in modo da mettere in scena non già delle analisi, ma un'enunciazione.

Quello che viene proposto è, se si vuole, il ritratto; ma questo ritratto non è psicologico, bensì strutturale esso presenta una collocazione della parola: la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all'altro (l'Altro), il quale invece non è detto che parli, non essendoci le costrizioni multiple dell'unità di tempo/spazio a ricattarlo.

giovedì 25 dicembre 2008

[deep linking ] le ciutìe del MonTaGGio

deep link #t=XmYYs/#t=0m27
YouTube ha introdotto la possibilità di linkare ad un punto specifico dei video. Tutto si riassume in una stringa del tipo “#t=2m05s”. La sintassi è semplice: “#t” ad indicare il signicato del valore successivo, “2m05s” ad indicare il punto esatto (minuti, secondi) in cui si intende far iniziare il filmato.
Ora, con il digitale il sogno della sperimentazione è possibile;
il meccanismo invocato da Costa e Spatola per sfuggire al
confezionamento dei redattori di riviste una volta per tutte,
è un timecode che individua e memorizza i punti che vengono
toccati dagli utenti attivi della videorivista in lettura.
La casualità è data dall'interazione confusa della massa di visitatori,
dalla complessità inconsapevole che essi rappresentano, le tecniche
poi di rappresentazione dei processi che la costituiscono siano le più
varie prima che la cosmesi fabulatoria le agghindi. Ad esempio, la
posta in onda.

YouTube permette il [deep linking] all’interno dei video

Ecco un esempio (direttamente la traduzione della poesia di Corso in un video della serata): http://www.youtube.com/watch?v=gWE6Gy1CJwU#t=2m29s

lunedì 22 dicembre 2008

Un'icona

Il pubblico mentre scrivo


Il pubblico della poesia



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Proposta di lettura per Impromptu di Amelia Rosselli

In una lettera dell'11 Luglio 1980 indirizzata a Giorgio Devoto Amelia Rosselli, accompagnando l'invio del poemetto Impromptu, preoccupata che la brevità del suo scritto possa distogliere l'editore dalla pubblicazione, propone l'aggiunta di altri testi:

"Potrei darle anche degli inediti (appunti, oppure alcune poesie del periodo '66/'77), ma penso che il poemetto stia meglio da solo […]".

Interessante il post scriptum:

"Se proprio è necessario aggiungere una seconda parte inedita a questo poemetto avrei anche della prosa del 1968, inedita, anch'essa di 10 pagine, intitolata Diario Ottuso […]"

Impromptu sarà pubblicato nel 1981 presso le edizioni San Marco dei Giustiniani come testo singolo, con una prefazione di Giovanni Giudici mentre Diario Ottuso apparirà in volume solamente nel 1990 presso l'Istituto Bibliografico Napoleone in Roma. Perché Amelia propone, seppur riluttante, l'abbinamento della sua "autobiografia possibilmente pochissimo biografica" a quel poemetto composto dopo un settennale silenzio e che per lei costituisce uno "sbalzo tecnico rispetto a Documento"? Possibile ipotizzare un rapporto che in qualche modo leghi le due opere aprendo uno spiraglio interpretativo (uno dei possibili) sull'intelligenza di Impromptu? Al di là del dato stilistico, entrambi i testi sembrano suggerire più che una serie di rimandi impliciti alle proprie vicende esistenziali, un punto cronologico che sintetizza sulla pagina un'improvvisa visione d'insieme dell'esperienza. Se è possibile attribuire alle tre raccolte maggiori (Variazioni belliche, Serie ospedaliera e Documento) l'intenzione di registrare attraverso la spazialità metrica una visione della realtà immortalata nel suo cubico divenire, Impromptu e Diario ottuso sembrano funzionare secondo un meccanismo in cui la realtà non è più soggetto monologante ma oggetto di interrogazioni e dubbi, imputato a cui contestare il "nostalgico procedere/ verso un' impenetrabile morte".

In particolare, la prima parte di Impromptu afferra due diverse percezioni dell'io mettendole in antitesti. Amelia rifiuta d'essere il borghese che "tralappia" e ribadisce l'integrale matrice della propria poesia intesa non solo come vocazione ma anche come scelta personale di lavoro e impegno politico all'interno di una società ("un sudore/ tutto concimato, deciso, coinciso/ da me, non altri-": si noti la possibile devianza linguistica di quel sudore "coinciso", verosimilmente inciso con, quasi che la fatica del lavoro contenesse insieme l'accezione del latino "cadere dentro" e quella dell'apertura con un taglio netto). Amelia ingiunge "l'alt" alla percezione di sé da parte "d'altri" come "clown faunesco": la mancata "epidemia" di sillabe e parole che negli anni precedenti ha generato il corpus della sua opera poetica è contrapposta energicamente alle sue "ossa che/ si rifiutavano di seccarsi al sole"; il nucleo di tensione politica che costituisce lo scheletro-intelaiatura della poesia di Amelia è ancora presente in questi versi del 1980 (in un'intervista rilasciata nel 1992 a Francesca Borrelli dichiarerà a proposito di Impromptu: "…Lì ricominciai a parlare di politica, se pure in modo larvato").

La terza strofe del poemetto introduce concettualmente un paesaggio metaforico sempre in antitesi: non esiste un sole che non sia "lumière": qui l'elemento cosmico e naturale, diremmo quasi patriarcale, assume una sfumatura significante possibilmente luce soffusa oppure, seguendo il connettivo linguistico della Rosselli, per la quale ogni parola è un "pozzo della comunicazione" da cui estrarre una pluralità di senso sempre aderente alla di lei intenzione comunicativa, potremmo supporre che qui Amelia stia parlando liberamente "alla luce del giorno". Il francese, poi, è un "par terre" (espressione che, con differente grafia, ha il valore di aiuola d'erba ma anche, per estensione, la zona del teatro in italiano definita come boccascena. In questa strofe Amelia dispone e prepara la scena verbale dichiarando i propri intenti discorsivi e ribadendo la poetica di sempre, scrittrice che parla di sè attraverso la funzione teatrale e rappresentativa delle parole. Non si tratta di parola teatrante ma di parola "teatrata", rappresentata. E' in questo palcoscenico che avviene la metamorfosi: "cangiando viste" e "forme": con una inedita percezione della realtà che si riflette sull'asciuttezza dell'impalcatura metrica di questi versi (lo "sbalzo tecnico" che Amelia stessa ravvisa in questa scrittura evidentemente differente da quella di Documento e dalle precedenti).

Nei "soli e luci/ per nulla naturali" Amelia "impenetrava" la sua notte: in questa devianza linguistica (che Manuela Manera riconduce ad una contaminazione fra penetrare x imperniare x impermeare) è possibile vedere l'estremo impegno del lavoro poetico dell'autrice che entra nella sua notte, la aggancia e la fissa col perno-scrittura, non ammette più una compenetrazione fra il suo privato silenzio e la necessità del suo dire pubblicamente alla luce del sole.
Si distingue, a questo punto, fra "chi era fermo, e chi non/ lo era". Si tratta di prendere una posizione, di riconoscere ancora una volta (in sè stessa e nel suo ruolo pubblico di poeta) la necessità di un'azione, agire esercitando una scelta. Improvvisamente, è il riconoscersi ancora capaci di discernere fissità e movimento. Un "elettrico ballo non più/ compaesano" sembra essere il principio di questa distinzione.


Appena dimostrata la sostanziale differenza tra la stasi e il movimento (intellettuale? ideologico? politico? artistico?) Amelia passa immediatamente all'azione (e qui sarebbe necessario notare come nella rendition interpretativa vocale del proprio testo, la voce dell'autrice segua un timbro più martellante, frenetico, concitato, mitragliante). Iscritta al Pci da ventotto anni, la Rosselli (fedele all'animo patriottico dell'illustre genitore) difende "i lavoratori" e "il loro pane a denti stretti" e cacciando quel metaforico "cane" dalla sua "mansarda" (la sua abitazione romana in via del Corallo era effettivamente una mansarda) si prepara a una "vendemmia", quindi ad un raccolto (poetico? artistico? politico? Nella Rosselli l'impegno poetico e quello civile si mischiano generando una pluralità di letture).

Gli ultimi versi di questa prima parte del poemetto sono una clausola importante di un contratto morale fra il poeta e i suoi lettori. Impromptu rischia di essere "l'ultima opera" e quell'inquietante condizionale "se non mi salvate" getta adesso, a dieci anni dalla scomparsa, una macabra luce sull'intelligenza del testo: una richiesta di aiuto non solo personale che, anzi, diretta al pubblico (entità che Amelia in più interviste si dichiarerà incapace di figurare) pare un'esortazione all'azione. non già ad una rivoluzione ma ad una coscienza identificativa di massa che riconosca il sole (con le sue molteplici sfumature di chiarezza, di luce, di entità splendente etc.) come legittima proprietà del popolo.
Marco Simonelli

Il mestiere di scrittore



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I viaggi. Cronache.



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Disponibile presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma

15 - Amelia Rosselli:

Variazioni belliche

a cura di Plinio Perilli (1995) pp. 220

prefazione di Pier Paolo Pasolini

La ristampo della prima raccolta di Amelia Rosselli, Variazioni belliche (1994), e con il recupero di altri testi, acquista un particolare risalto. Si restituisce intanto al suo valore di felice "scoperta" lo scritto di Pasolini che apparve nel '63 sul "Menabò": "Il Mito dell'irrazionalità (mettiamoci le maiuscole), ha, con le poesie della Rosselli, negli anni sessanta, il suo prodotto migliore".

Disponibile presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma

L'amore la famiglia. Biografico.



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Amelia Rosselli (1930 – 1966). Nacque a Parigi, da Carlo Rosselli

Amelia Rosselli (1930 – 1966). Nacque a Parigi, da Carlo Rosselli, uno dei capi italiani della Resistenza antifascista, e da Marion Cave, un'attivista cattolica irlandese. Nel 1929, dopo essere scappato da una prigione fascista, Carlo Rosselli si spostò in Francia con la sua famiglia, dove nacque Amelia. Nel 1937, fu assassinato, e dopo l'occupazione nazista della Francia, nel 1940, Amelia, la madre ed i fratelli si spostarono prima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti. Lì Amelia frequentò il liceo, studiando l'italiano d'estate. Nel 1946, tornò in Italia, ma poiché non le vennero riconosciuti i suoi studi, tornò in Inghilterra, dove studiò musica e composizione. Nel 1948, si spostò a Firenze, e dopo la morte della madre, iniziò a tradurre dall'inglese per la casa editrice Edizioni di Comunità. Ma lo stress del lavoro, la morte della madre ed i suoi studi intensi, le causarono un esaurimento nervoso, e nel 1969 le fu diagnosticato il morbo di Parkinson. Nonostante i suoi problemi, Amelia Rosselli continuò a studiare musica ed etnomusicologia ed iniziò un'amicizia intensa con lo scrittore Rocco Scotellaro, che più avanti le presentò Carlo Levi. Nel 1963, apparsero ventiquattro sue poesie nella prestigiosa rivista letteraria Il Menabò, curata da Italo Calvino.
L'anno successivo uscì la sua raccolta di poesie, Variazioni belliche, edito da Garzanti. Nel 1981, uscì Impromptu, un poema lunghissimo diviso in tredici sezioni, e nel 1983, Appunti sparsi e persi, scritti tra il 1952 e il 1963. Molti dei suoi racconti in prosa, uscirono invece nel 1968, con il titolo Diario ottuso. La capacità di questa scrittrice di passare dall'italiano al francese, all'inglese, emerge nelle sue raccolte di poesie, un’antologia delle quali, è uscita con il titolo di Antologia poetica, pubblicata da Giacinto Spagnoletti, nel 1987. Apprezzata da molti illustri scrittori, è sempre rimasta una sorta di straniera nel panorama culturale italiano ed una scrittrice solitaria. Amelia Rosselli ha vissuto gli ultimi anni della sua vita a Roma, dove è morta suicida nel 1996.

Biografie

A.R. "E' vostra la vita che ho perso" , Conversazioni e interviste a cura di Monica Venturini e Silvia De March, ed. Le Lettere, 2010
"OC: Ho letto l'altro giorno, casualmente, nella descrizione della tua nascita da parte di tuo padre, simpaticissima ...
AR: Dove l'hai letta?
OC: L'ho letta nelle lettere ...
AR: Dove l'hai letta? Nelle lettere che ho ancora tutte, non pro­prio tutta, ma qualcuna, credo che l'hai letta, questa.
OC: Sai, io vederti pupa, appena nata ... sai qual è stato il com­mento del papà? «Non era molto bella», dopo un po' si è abituato, ha detto, «poi ora mi sembra bella».
AR: Dopo che lui si è abituato? Aveva dei figli belli. Io rassomi­gliavo un po' a lui. Era bello da giovane, meno bello più tardi, dopo i trentatré-trentaquattro anni. [ ... ] È un libro enorme di lettere a mia nonna in gran parte, di tutti i famigliari, di Nello anche, credo. Sugar è l'editore.
OC: E Moravia è pure tuo cugino, mi pare?
AR: È cugino di mio padre, si chiamava Pincherle e, durante le persecuzioni antiebraiche in Italia ...
OC: Come Rosselli? cioè, lui ...
AR: No, lui si chiamava Pincherle come mia nonna Amelia Pincherle, che era veneziana, e quando si sposò si chiamò Rosselli. E sposò un musicista, compositore, di Livorno e andarono a vivere a Firenze; e che è morto sui quarant'anni e qualcosa. Ed era scrittrice. Dunque, l'ereditarietà è ovvia dal lato italiano. Il lato inglese non era.."


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Cronache. In analisi.



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sabato 20 dicembre 2008

fotopoesia

l'albero

da Documento ** live reading



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da Documento ** live reading


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search amelia+rosselli

http://www.google.it/search?hl=it&q=amelia+rosselli

la Letteratura al capezzale d'Amelia

Nel 1966, preconizzando la fine dell'avanguardia in un saggio poi accolto dentro Empirismo eretico, Pier Paolo Pasolini appuntava le sue critiche alla poetica di Sanguineti muovendo da ragioni metriche: e sottolineava che il predominio della metonimia sulla metafora indotto da un verso lungo sollecitato a portare «le acmi fuori dalle parole» finiva per stringere il poeta in opere «senza ombre, senza ambiguità e senza dramma, come dei formulari impersonali o dei testi accademici». Oggi, si può leggere una pronuncia di questo genere come una condizione preliminare dell'«avanguardia» praticata dall'ultimo Pasolini, regista, critico, polemista luterano e corsaro (da Teorema a Petrolio, in sostanza), che implicava un forte coinvolgimento tra il corpo, la figura esistenziale dell'autore e le sue tecniche compositive. Il suicidio recente di Amelia Rosselli, un'altra protagonista della nostra avanguardia, "luterana" a sua volta e almeno trilingue, conferma che tale coinvolgimento reca il più delle volte una marca tragica. Ed è singolare che ancora da ragioni metriche muova una delle sue scritture più intense e durevoli, ben precedente ai paragrafi pasoliniani (risalendo al 1962) e ben più radicale, su un piano argomentativo che univa alle ragioni poetiche quelle musicali - soprattutto - e figurative e che anche metteva in causa le grandi categorie fondanti dello spazio e del tempo. Il riferimento è naturalmente alle pagine acutissime di Spazi Metrici, da cui si possono richiamare molte battute esemplari, se è vero che per la Rosselli scrivere poesia equivaleva a «osservare ogni materialità esterna con la più completa minuziosità possibile entro un immediato lasso di tempo e di spazio sperimentale». Di più, la similitudine oggi diffusa di testo poetico e spartito veniva da lei collegata ad un'interazione profonda di forze equivalenti che rendevano ogni simmetria «contrastata da un formicolio di ritmi traducibili non in piedi o in misure lunghe o corte, ma in durate microscopiche appena appena annotabili, volendo, a matita su carta grafica millesimale». E ritentare un equilibrio sperimentando un «ideale reale» era allora come oggi un altro predicato necessario della poesia, a maggior ragione se intorno «la realtà è così pesante che la mano si stanca, e nessuna forma la può contenere. La memoria corre allora alle più fantastiche imprese (spazi versi rime tempi)».

Tali presupposti, d'altra parte, trovavano un riscontro emozionante e necessario nell'imperfezione sussurrata e lacerante del dire italiano di Amelia Rosselli, sullo sfondo dell'estraneità roca ma penetrantissima della voce indotta a pronunciare i proprî versi sulla scena: e sovviene la memoria d'una serata parmigiana di neve mai più così fitta, nel febbraio del 1986, quando ascoltai una sua performance con rapimento e con dolore, nel contesto del festival «Di versi in versi», accanto ad altri protagonisti della nostra avanguardia (Adriano Spatola, Patrizia Vicinelli, Corrado Costa), e colsi lo strazio lacerato di quei corpi consacrati alla scrittura, ma insieme sorpresi nell'atto di restituire alla scrittura l'oralità originaria di una parola di nuovo «intera», caricata del peso di un'esperienza di irredimibile scissione, di separazione da qualsivoglia forma possibile di ordine esistenziale. Ed è questa una linea della nostra avanguardia cui prima o poi si dovrà riconoscere, pur lottando con il precario destino editoriale di opera omnia troppo intensi e provocatorî per divenire best-seller, un'altezza molto più certa e duratura di quella raggiunta dai «novissimi», con le eccezioni parziali del Sanguineti di Laborintus e di Postkarten, oltre che dell'ultimo Porta.

In ogni caso, sul valore indiscusso della poesia della Rosselli sono una volta di più intervenuti con acutezza Giovanni Giudici e Niva Lorenzini: il primo sottolineando nell'introduzione all'Antologia poetica edita da Garzanti nel 1987 «la sua ansia di significazione», la seconda parlando di «una via solitaria verso la sregolatezza, nel rifiuto della linearità, della logica che domina le cause e gli effetti». Molto, naturalmente, è ancora da fare sul versante critico, ma chi legge o scrive versi, oggi, a causa del volo estremo che ha concluso l'esistenza di Amelia, dovrà in primo luogo rimpiangere di non poter più condividere l'esperienza concreta di un monologo portato davvero a segnare 'dentro' ogni ascoltatore. Ma, subito, sarà chiamato anche a condividere la certezza di poter contare sulle tensioni e sui contrappunti di un classico vero della sua fine di secolo. Tanto che, nella forma di un sogno, tale consapevolezza viene in sostanza anticipata dalla scrittrice stessa, in uno splendido testo che accoglie tra le sue possibilità di lettura anche quella autoriflessiva:

Il colore che torna dal nero
al verde d'un prato affamato
fiori scesi giù tranquilli
posano per gli artisti

guardandomi girare tranquillamente
per le strade a volte bianche.

n. quattro-cinque, maggio 1996 - 1996, n. 1Alberto Bertoni Per Amelia Rosselli

Le tecniche ** di scrittura e la musica



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Le tecniche * di scrittura e la musica



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l'ambiente

All'insegna del Duca di Buoninsegna, il duca guidava



All'insegna del Duca di Buoninsegna, il duca guidava le
anime traverso labirinti di fame e di solitudine. Insegnava
come procacciarsi il cibo, le vivande per sopravvivere.
Io perdevo del tutto il controllo delle mie azioni:
egli guidava, molto tranquillo e sicuro di sé. Io non cercavo
nessun piacere, nessuna gloria; ma il vento tirava molto
forte dall'oriente, e le vestali mi pregavano di salire
i gradini della chiesa bizantina. No! gridavo, e cadevo
prostrato alle loro ginocchia. Poi mi rifacevo il letto
da me. All'insegna del pesce il Duca Buoninsegna guidava
le anime semplici schiette e gentili all'insegna del Paradiso!
Trainava dietro di sé semplici giocattoli per i bambini.
All'insegna del buon pastore il duca del Buoninsegna trainava
con sé, molti bambini. Balocchi non ne attendevano, fiori
e petali di grazia sì. Balocchi di grazia sì, fiori d'arancio
no. Il Duca di Buonconsiglio stendeva molto rapidamente
le sue ali a proteggere i bambini. Fiori di grazia sì, petali
d'argento no.

Come un razzo nel cielo le mie sabbie movibili
come un bombardamento d'insetti la tua corta corte.

Videor n.8

Alfonso Berardinelli

numero 8 monografico - DIARIO OTTUSO

al Parco

http://www-1.unipv.it/fondomanoscritti/

In occasione della pubblicazione del volume Amelia Rosselli, Una scrittura plurale. Saggi e interventi critici, apparso nella collana "Biblioteca di Autografo", il Centro Manoscritti ha organizzato un incontro di studio dal titolo Per Amelia Rosselli, presieduto da Vittorio Spinazzola. Interventi di Stefano Giovannuzzi, Niva Lorenzini, Gabriella Palli Baroni, Emmanuela Tandello, Francesca Caputo.

Palazzo dell’Università, Aula Foscolo, 4 maggio 2004, ore 16.

La mistica del cervello. La luce del demonio sollevava polvere

La mistica del cervello. La luce del demonio sollevava polvere
negli occhi impuri della mia fecondità. Io ero tremante d'invidia
ma il raggio solare sollevava anch'esso storie d'amore tenue
come il pero con i suoi fiori incantati, come il pane di
sera che s'ingrana nelle faccende nostre d'amore e di pietà
e di fame e di quadratura del circolo infame che noi solleviamo
al di sopra di ogni sapienza.

Incauta ricorrevo all'aldilà ma fui ben presto scottata da
mani invidiose. Le mie proprie mani mi riportarono a terra
le mie proprie unghie sollevarono da terra l'astro della
felicità. Torgono in mano i lumi i santi ed i sapienti, torgono
in mente i lumi i negri e le maestre di scuola e le rinvenute
dalle scuole di agricoltura.

Condannata a far finta mi risollevai dalla polvere ben presto
per inginocchiarmi alla fonte delle benestanti. Le protestanti
non attecchirono ormai più la mia freschezza ingenua e con
tutto candore perdonai ai più villani, vecchi digiuni. Cuore
che tanto digiuni scostati dalla rabbia e rimani potente
signore.

La leggibilità e il testo



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READING live



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Traduce Gregory Corso

Fra le stanze che oscuravano la mia viltà ve n'era una che

Fra le stanze che oscuravano la mia viltà ve n'era una che
rimbornbava: era la notte. Io mi fingevo pazza e correvo a
sollevare i pazzi dal suolo, come fiori spetalati. Non era
luce che si dibatteva tra i cristalli, era la mia volontà
di sopravvivere! e tu gagliardo incoraggiavi con una lesta
manciata di monete incastrate nel mio desiderio dite che
ombreggiavi nell'infinito. Io ero la tua stupidella che rimava
a quattr'occhi nella sua cella di granito solidale agli
affreschi ed affetti degli solitari. Ma tu perdonavi e rincorrevi
l'anniversario della Luna che fra di molti biascicamenti sollevava
il sole dal suo candelabro. Tu non eri la mia chiesa eri
il mio demonio e la notte regina durava da eterno e mi rimaneva
in gola il sapore della tua forzata risata che s'oscurava
al levarsi del levante in una polveriera.

Tramite il riso in gola s'oscurava la mia gioventù. Tu la
risollevavi, silenziosa - nella sua castella delle abitudini.
Dormire forzare il demonio ad accaparrarsi i brandelli della
mia pietà, - dormire in una stanza ricoperta di tela e di
arabeschi potenti come lo zigomo della tua taccia.

DIARIO OTTUSO Videor 8

Teatro dell'Orologio, Roma
[foto copertina DVD via Fermo 1981 la.ca.b. Roma]

In preda ad uno shock violentissimo, nella miseria

In preda ad uno shock violentissimo, nella miseria
e vicino al tuo cuore mandavo profumi d'incenso nelle
tue occhiaie, Le fosse ardeatine combinavano credenze
e sogni - io ero partita, tu eri tornato - la morte
era una crescenza di violenze che non si sfogavano
nella tua testa d'inganno. Le acque limacciose del
mio disinganno erano limate dalla tua gioia e dal
mio averti in mano, vicino e lontano come il turbine
delle stelle d'estate. Il vento di notte partiva e
sognava cose grandiose: io rimavo entro il mio potere
e partecipavo al vuoto. La colonna vertebrale dei
tuoi peccati arringava la folla: il treno si fermava
ed era entro il suo dire che sostava il vero.

Nell'incontro con la favola risiedevano i banditi.

Festival, la poesia orale e improvvisata



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i poeti di Tolfa che improvvisano in ottava rima

Neve

da Documento [live] Neve


camera / unimboscata-nella-neve.html

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Contro del magazziniere si levava il grido dell'incoscienza

Contro del magazziniere si levava il grido dell'incoscienza
contro del pourboire coniavo un'altra frase, quella dell'incertezza.
Contro dell'odio ringraziavo e perdonavo, contro della
tristezza imbracciavo un altro pugnale. Contro delle lacrime
furtive innalzavo la veracità; contro della lacrima del
soldato una ragazza potente che non sapeva nemmeno dov'era
l'usignolo, l'usignolo potente e solitario. In nome di Cristo
e della Vergine Maria che la tua santità sia fatta, così
com'è il gioco di ogni giorno. Contro della debolezza che
si rinsaldj la fede, contro dell'elefante traboccante di
odio che sia fatta la volontà del cane che seppe quale
pesce pigliare. Trappola tesa ad arco rialzati e perdona
con un grido di allarme. Se sovente nella birra scorgevo
piccoli grappoli d'oro era invece la grazia che balbettava
parole sconnesse: fuori del linguaggio dei sensi abbandonati.

Autobiografia [1982]


Bagno Vignoni

Il lavoro sulla poesia con/di Carmelo Bene


Majakovskji, Esenin

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Se nella notte s'accendeva un faro, allora addio promessa

Se nella notte s'accendeva un faro, allora addio promessa
addio la scarpa dell'oblio, addio la lusinga di chi gioca
preso dalle antifone dei suoi compagni. Compagna d'armi
la tua costanza, la tua fiducia sono nelle mie mani? Calmati
e l'eroe che ero io diventerà la bestia che più nulla vuole.
Calmati e le scodelle dei poveri si riempiranno. Calmati
e le ventate in poppa separeranno la tua firma dalla mia,
il tuo disdegno dai mio farraginoso chiedere, disobbedire,
salvare, domandare - eccitare alla lotta una massa di gente
che non sa esistono i poveri, le martellate - le costruzioni
in calce per la povera gente che non si illude, ma delude
il raggio di sole che non era stato costruito per loro.
Calmati e avrai il vento in poppa e le tue parole fresche
di verginità rimeranno con nuova gentilezza. Parola mia
che tutta la stanchezza ora si rifà ai poveri. Domando
perdono per essermi nutrita di erbe selvatiche, e riporto
la pena ad un altro servizio. E riporto la iena ad un altro
fumare, incenso per i magazzinieri.

Ma se la morte vinceva era la corrosione ad impedirmi di

Ma se la morte vinceva era la corrosione ad impedirmi di
rivelare agli altri ciò che mancava in me. La scienza dei
numeri era la mia fortitudine, la scienza degli amori la
mia debolezza. Io non sono un Cinese! Non ho potere! Le
mie condizioni sono di naufragare! Nel naufragio della
grande rondine che sorvolava su della mia testa veramente
tonda era il segreto della mia misantropia. Cantavo storie
e scendevo di un gradino ad ogni mal passo. Su della mia
testa veramente tonda nasceva il quadrato della certitudine.
Se nella testa veramente tonda nasceva il ritorno impossibile
alle antiche maniere allora nella mia testa veramente tonda
cadeva il grano il sale di Dio, l'ultima miniera. Se nella
tonda testa di Dio era l'incremento della giornata allora
nelle smorfie dei giovani intravvedevo la bontà. Ma la
pece, il nero, la grandine, le sfuriate, la rivolta, la
cannonata, il paese fuori di sé controllava ogni mia mossa.
Antica civiltà descritta nei libri tu sei la rivolta che
non si fece domare, tu sei il mare che tinge di rosso la
sfuriata dei venti e porta all'alba una canzone.

venerdì 19 dicembre 2008

Castelporziano e il Reading



18 [RICORDI D' ESTATE LA CASTELPORZIANO DEL GIUGNO ERA RUMOROSA,
IRREALE, PIENA DI GENTE - 1979 l'organizzatore Cordelli]

Scrittura diretta, le sperimentazioni.



17

Appunti sparsi e persi


16

il sessantotto



15

Dopo il dono di Dio vi fu la rinascita. Dopo la pazienza

Dopo il dono di Dio vi fu la rinascita. Dopo la pazienza
dei sensi caddero tutte le giornate. Dopo l'inchiostro
di Cina rinacque un elefante: la gioia. Dopo della gioia
scese l'inferno dopo il paradiso il lupo nella tana. Dopo
l'infinito vi fu la giostra. Ma caddero i lumi e si rinfocillarono
le bestie, e la lana venne preparata e il lupo divorato.
Dopo della fame nacque il bambino, dopo della noia scrisse
i suoi versi l'amante. Dopo l'infinito cadde la giostra
dopo la testata crebbe l'inchiostro. Caldamente protetta
scrisse i suoi versi la Vergine: moribondo Cristo le rispose
non mi toccare! Dopo i suoi versi il Cristo divorò la pena
che lo affliggeva. Dopo della notte cadde l'intero sostegno
del mondo. Dopo dell'inferno nacque il figlio bramoso di
distinguersi. Dopo della noia rompeva il silenzio l'acre
bisbiglio della contadina che cercava l'acqua nel pozzo
troppo profondo per le sue braccia, Dopo dell'aria che
scendeva delicata attorno al suo corpo immenso, nacque
la figliola col cuore devastato, nacque la pena degli uccelli,
nacque il desiderio e l'infinito che non si ritrova se
si perde. Speranzosi barcolliamo fin che la fine peschi
un'anima servile.

Il pubblico dal privato



14

Eccentrico



13

Questioni private?



12

Contiamo infiniti morti! la danza è quasi finita! la morte,

ascolta

Contiamo infiniti morti! la danza è quasi finita! la morte,
lo scoppio, la rondinella che giace ferita al suolo, la malattia,
e il disagio, la povertà e il demonio sono le mie cassette
dinamitarde. Tarda arrivavo alla pietà - tarda giacevo fra
dei conti in tasca disturbati dalla pace che non si offriva.
Vicino alla morte il suolo rendeva ai collezionisti il prezzo
della gloria. Tardi giaceva al suolo che rendeva il suo sangue
imbevuto di lacrime la pace. Cristo seduto al suolo su delle
gambe inclinate giaceva anche nel sangue quando Maria lo
travagliò.

Nata a Parigi travagliata nell'epopea della nostra generazione
fallace. Giaciuta in America fra i ricchi campi dei possidenti
e dello Stato statale. Vissuta in Italia, paese barbaro.
Scappata dall'Inghilterra paese di sofisticati. Speranzosa
nell'Ovest ove niente per ora cresce.

Il caffè-bambù era la notte.

La congenitale tendenza al bene si risvegliava.

Poesie e teatro


Contiamo infiniti cadaveri. Siamo l'ultima specie umana.

Contiamo infiniti cadaveri. Siamo l'ultima specie umana.
Siamo il cadavere che flotta putrefatto su della sua passione!
La calma non mi nutriva il solleone era il mio desiderio.
Il mio pio desiderio era di vincere la battaglia, il male,
la tristezza, le fandonie, l'incoscienza, la pluralità
dei mali le fandonie le incoscienze le somministrazioni
d'ogni male, d'ogni bene, d'ogni battaglia, d'ogni dovere
d'ogni fandonia: la crudeltà a parte il gioco riposto attraverso
il filtro dell'incoscienza. Amore amore che cadi e giaci
supino la tua stella è la mia dimora.

Caduta sulla linea di battaglia. La bontà era un ritornello
che non mi fregava ma ero fregata da essa! La linea della
demarcazione tra poveri e ricchi.

Per il reading de La libellula



10

E' un poemetto lungo



09

La libellula a Trastevere



08

Se nella notte sorgeva un dubbio su dell'essenza del mio

Se nella notte sorgeva un dubbio su dell'essenza del mio
cristianesimo, esso svaniva con la lacrima della canzonetta
del bar vicino. Se dalla notte sorgeva il dubbio dello
etmisfero cangiante e sproporzionato, allora richiedevo
aiuto. Se nell'inferno delle ore notturne richiamo a me
gli angioli e le protettrici che salpavano per sponde
molto più dirette delle mie, se dalle lacrime che sgorgavano
diramavo missili e pedate inconscie agli amici che mal
tenevano le loro parti di soldati amorosi, se dalle finezze
del mio spirito nascevano battaglie e contraddizioni, -
allora moriva in me la noia, scombinava l'allegria il mio
malanno insoddisfatto; continuava l'aria fine e le canzoni
attorno attorno svolgevano attività febbrili, cantonate
disperse, ultime lacrime di cristo che non si muoveva per
sì picciol cosa, piccola parte della notte nella mia prigionia.

Amelia Rosselli [da La Posta in Onda]

ma allora l'amore è una scienza che cade al primo venuto?

mercoledì 17 dicembre 2008

Due libri di Lorenzo Calogero



07

1982

Amelia Rosselli tra poesia e storia

  • biografia di Amelia Rosselli fino al 1948 sullo sfondo delle vicissitudini storico-politiche della famiglia Rosselli;
  • la vicenda intellettuale della poetessa, dall'oscillazione all'adesione al PCI in confronto al quadro storico, politico, ideologico dell'arco compreso tra il 1948 e il 1960;
  • analisi di testi scelti da ''Variazioni belliche'' per la peculiare pertinenza storico-ideologica.
La ricerca si avvale principalmente di materiale di prima mano (documenti inediti, esegesi personali) di Silvia De March

1981, via Fermo, Roma

Lautreamont , Rimbaud e La libellula



06

Se l'anima perde il suo dono allora perde terreno, se l'inferno

Se l'anima perde il suo dono allora perde terreno, se l'inferno
è una cosa certa, allora l'Abissinia della mia anima rinasce.
Se l'alba decide di morire, allora il fiume delle nostre
lacrime si allarga, e la voce di Dio rimane contemplata.
Se l'anima è la ritrosia dei sensi, allora l'amore è una
scienza che cade al primo venuto. Se l'anima vende il suo
bagaglio allora l'inchiostro è un paradiso. Se l'anima
scende dal suo gradino, la terra muore.

Io contemplo gli uccelli che cantano ma la mia anima è
triste come il soldato in guerra.

Musica per Variazioni Belliche



05

Per le cantate che si svolgevano nell'aria io rimavo

Per le cantate che si svolgevano nell'aria io rimavo
ancora pienamente. Per l'avvoltoio che era la tua sinistra
figura io ero decisa a combattere. Per i poveri ed i malati
di mente che avvolgevano le loro sinistre figure di tra
le strade malate io cantavo ancora tarantella la tua camicia
è la più bella canzone della strada. Per le strade odoranti
di benzina cercavamo nell'occhio del vicino la canzone
preferita. Per quel tuo cuore che io largamente preferisco
ad ogni altra burrasca io vado cantando amenamente delle
canzoni che non sono per il tuo orecchio casto da cantante
a divieto. Per il divieto che ci impedisce di continuare
forse io perderò te ancora ed ancora - sinché le maree del
bene e del male e di tutte le fandonie di cui è ricoperto
questo vasto mondo avranno terminato il loro fischiare.

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UCLA library LETTERE A PASOLINI

Author/Name: Rosselli, Amelia, 1930-
Title: Lettere a Pasolini, 1962-1969 / Amelia Rosselli ; a cura di Stefano Giovannuzzi.
Published/distributed: Genova : San Marco dei Giustiniani, [2008]
Physical description: 165 p. ; 16 cm.
Series: Quaderni del tempo
Subject(s): Rosselli, Amelia, 1930- --Correspondence.

Pasolini, Pier Paolo, 1922-1975 --Correspondence.

Authors, Italian --20th century --Correspondence.

Italian literature --20th century --History and criticism.
ISBN: 887494215X

9788874942152
LC control number: 2008355767
Record ID: 6123781
Collection: UCLA Libraries and Collections

Variazioni belliche



04

martedì 16 dicembre 2008

L'antologia poetica



03

Poesie in inglese



02

Dentro della grazia il numero dei miei amici aumentava

Dentro della grazia il numero dei miei amici aumentava
e la gioia filava storie d'amore impossibili. Dentro della
grazia tormentava il povero il ricco e il cappello si levava
in atto di pura gratitudine. Dentro del Tao scemava la
noia fuori della grazia rimava il poeta assassinato. Dentro
della grazia corrompeva i mobili l'uccello passaggiero
ieri l'altro ieri v'era una bussola che guidava, oggi la
pioggia scorre con tristezza e le promesse dei ricchi sono
una luce che non corrisponde. Vicino alla grazia l'amore
giaceva dentro della grazia stonava ogni fiore e nell'alba
corrompeva ogni luce l'inferno. Fuori dal furore percorreva
sinistramente la strada maestra di tutte le nostre furie
un uragano. Tale è la nascita - tale è la rivincita dei
poveri di spirito. Contro dello spirito di misericordia
si levava unanime il mio cuore salace che scendeva toccato
dalla grazia ma non ritrovava il sole delle giornate salvo
in un grido d'affari. Per ritrovare il Caos bastava la
nota del danno. (L'indifferenza stessa.)

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frammenti dalla Loosetv

frammenti dalla Loosetv. Extracts from "LooseTV" TV Show - on TeleEuropaNetwork: Poet Gino Scartaghiande introduces Amelia Rosselli's poetry ...
Nov 22, 2008

Amelia Rosselli in francese

La prima poesia in inglese



01

On Web